lunedì, settembre 25

La disoccupazione giovanile nel viterbese


di Daniele Camilli

Identità, modello e progetto. Tre crisi per spiegare un dato da capogiro. Oltre il 44% di disoccupazione giovanile in provincia di Viterbo. Fino a un paio di anni fa superava addirittura il 50%. Diminuita grazie al Jobs Act del precedente governo Renzi che ha permesso di assorbire partite Iva e precari. Certo, con forme contrattuali a tempo indeterminato che non garantiscono nulla in termini di stabilità futura, se non la permanente subordinazione del lavoratore al datore di lavoro. Reintroducendo di fatto la figura del “padrone”. Tre crisi per provare a spiegare un dato che ha superato la media nazionale che si attesta invece attorno al 40%. Crisi che riguardano l’intero territorio della Tuscia andando incontro in questi anni a una vera e propria mutazione del suo tessuto antropologico.

Crisi d’identità. Dovuta innanzitutto all’espansione dell’area metropolitana romana verso nord, direzione Viterbo. Prima, prendendo l’autobus Roma-Viterbo lungo la Cassia bis, da Saxa Rubra a Sutri lo scenario era pressoché identico. C’era solo campagna. Oggi è tutto cambiato. Nel giro di venti, venticinque anni sono venuti su centri residenziali che hanno portato l’area metropolitana romana nel bel mezzo della provincia viterbese con un impatto socioantropologico che non è stato ancora preso in considerazione. Piccole realtà urbane, come Monterosi, Sutri, Capranica, o più semplicemente borghi un tempo contadini – come la frazione di Cura di Vetralla – hanno subito una trasformazione profonda, radicale, somigliando sempre di più, anche dal punto di vista della loro fisionomia urbana e architettonica, alle periferie delle grandi metropoli. Una trasformazione di certo non dovuta alla pura e semplice presenza dei centri residenziali, ma al fatto che l’espansione della metropoli romana ha portato con sé tutte le contraddizioni sociali proprie di una grande città. Nei centri residenziali si è trasferita soprattutto la middle class che, quasi impossibile da fare a Roma visti i prezzi del mattone, ha potuto così realizzare il sogno di potersi comprare casa. Con la classe media romana sono arrivati, nel bel mezzo di un territorio rurale che non conosceva nulla del genere se non dai film in televisione, modelli, stili di vita e comportamenti finora sconosciuti che hanno contribuito a destrutturare un’identità culturale già duramente colpita dall’abbandono dell’agricoltura e dal fallimento industria. Ragazzi e ragazze si sono formati e stanno vivendo i loro processi di socializzazione a partire da modelli di riferimento completamente nuovi e sconosciuti alle generazioni precedenti che hanno così perso la loro fondamentale funzione di indirizzo. Sono cambiati persino gli accenti, sempre più tendenti – a Sud della provincia – all’intercalare romano. E i giovani passano sempre di più i loro fine settimana a Roma piuttosto che a Viterbo, attratti non dalle particolarità del loro territorio di origine e residenza ma dalla “Capitale”.

Crisi di modello. Prendiamo ad esempio Viterbo. Fino alla fine degli anni ’80, inizio anni ’90, la città finiva poco fuori le mura. Più in là la zona industriale del Poggino. Oggi, tra Porta Fiorentina e il Poggino è stata costruita un’altra Viterbo. Nel giro di pochi anni. Una zona che si voleva residenziale e che alla fine è diventata periferica. Non solo, ma la fine del “posto fisso” e delle assunzioni nella pubblica amministrazione ha provocato la distruzione di un modello sociale fondato su cursus honorum ben definiti e fortemente classisti. Innanzitutto la rigida distinzione tra chi sarebbe stato “portato per lo studio” e chi “per il lavoro”. Alla prima categoria appartenevano solitamente figli e figlie di notabili locali. Alla seconda quelli di origine contadina e operaia. Una distinzione che veniva marcata al momento della scelta delle scuole superiori. I primi nei Licei, i secondi negli Istituti tecnici e professionali. Quest’ultimi erano poi destinati a non proseguire gli studi e solitamente venivano assorbiti nell’edilizia o nell’industria, soprattutto quella del Polo ceramico di Civita Castellana. I più fortunati finivano “alle Poste”. I figli dei piccoli proprietari terrieri, che se lo potevano permettere, facevano l’istituto agrario a Bagnoregio per poi ereditare la conduzione dell’azienda agricola paterna. Chi faceva il Liceo era invece destinato all’Università, ma – anche in tal caso – con tanto di iter studiorum prestabilito. I ragazzi destinati a fare giurisprudenza, le ragazze lettere. I ragazzi avrebbero poi tentato la carriera nella pubblica amministrazione, come i loro padri. Le ragazze il percorso nella scuola, come le loro madri. Una bella cartina di tornasole era appunto l’iscrizione all’ordine degli avvocati, la carriera che di solito si tenta dopo gli studi giuridici. Fino all’inizio degli anni ’90 a Viterbo erano poco più di 200. A partire dalla fine dei ’90 il numero ha iniziato a salire fino a toccare quota 600. Perché? Perché non era più possibile trovare lavoro nella pubblica amministrazione. Perché un modello sociale e di vita era finito per sempre. Chi non è riuscito a fare l’avvocato oppure ad entrare a scuola è finito nei supermercati in periferia o a fare la commessa in un negozio del centro. In competizione con chi, uscito dagli istituti tecnici e anch’esso senza prospettive, si è a sua volta riversato sugli stessi, identici lavori. Senza alcuna certezza, con attività economiche che aprono e chiudono e un centro storico sempre più spettacolarizzato d’estate e povero, e senza credibili ipotesi di sviluppo, in tutte le altre stagioni dell’anno.

Crisi di progetto. Progetto politico e di sviluppo del territorio. In tal caso è completamente mancato, manca tuttora è non si vede ancora luce. La latitanza della classe dirigente è totale. Quella della politica, consumatasi in lotte intestine tra correnti e nella scelta delle candidature di cui si comincia a parlare il giorno dopo le elezioni in vista delle successive, scandalosa. Manca totalmente un progetto di sviluppo in grado di coinvolgere, lavorativamente e in veste cittadini, le nuove generazioni che vivono il rapporto con le istituzioni pubbliche sempre più come un male necessario. In assenza di un progetto coerente, molti giovani continueranno ad essere vittime della disoccupazione o di lavori “volontari” e sottopagati. Per essere poi trattati e licenziati a piacimento e perdere così ogni fiducia nel futuro. “No future for me”. E, con l’aria che tira, difficile dargli torto.

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