lunedì, settembre 25

Fare sindacato ai tempi del Jobs Act. Riflessioni al festival Caffeina di Viterbo


di Daniele Camilli

Soggetto sociale, luogo e condizioni di lavoro. A partire da un punto chiaro. “La militanza è l’essenza del sindacato. Una scelta di vita”. A Viterbo non si è parlato solo di politiche del lavoro, presente anche l’assessore regionale al lavoro del Lazio, Lucia Valente, ma soprattutto di organizzazione sindacale e sul significato del fare sindacato, dell’essere sindacalisti. Con il segretario nazionale Carmelo Barbagallo, il segretario organizzativo Uil Pierpaolo Bombardieri, il segretario di Roma e del Lazio, Alberto Civica, e i segretari territoriali di Viterbo alla guida della camera sindacale Uil e della Uil Viterbo. Giancarlo Turchetti e Silvia Somigli.

Una scelta di vita, come quella di Carmelo Barbagallo che inizia a lavorare a 9 anni e diventa sindacalista perché vede i lavoratori svenire alla catena di montaggio. Aveva 23 anni. Oggi ha già 62 anni di lavoro alle spalle. Sindacalista con una vita da operaio di fabbrica. A Termini Imerese. In Sicilia, dove non c’era solo il padrone ma c’è pure la mafia che tra il 1944 e il 1947 ammazzò 400 sindacalisti che chiedevano terra e diritti per i lavoratori.

Un sindacato che non deve ripartire. Perché la sua storia è chiara, sempre dalla stressa parte. Ostinata e contraria, allo sfruttamento, alla disoccupazione, a condizioni di lavoro senza diritti. Fuori da ogni diritto. Deve invece ricostruire una struttura in grado di intercettare le nuove soggettività sociali e ricomporle in organizzazione e lotta sindacale. Sul terreno del lavoro e su quello del sociale che è ormai pienamente parte del primo e il primo indissolubilmente legato al secondo. Soggettività che non sono più l’operaio, la fabbrica, l’impiegato e la pubblica amministrazione. Col rischio che la risposta sia solo Caf e Patronato. Sono un soggetto da ricomporre sul piano organizzativo tenendo conto del marchio di fabbrica del sociale che si riflette ancora in una rappresentanza per categorie e la necessità di ripensare invece la lotta sindacale sia in termini di lotta – nel lavoro e nel sociale – che di quadro generale unitario dove la confederazione e a livello territoriale la Camera del lavoro devono svolgere un ruolo determinante e qualificante dell’azione sindacale. Sviluppando sul territorio anche attività cooperative e di mutuo soccorso oltreche’ di servizio. Il problema dell’organizzazione sindacale è infatti oggi anche un problema di permanenza territoriale elaborando nuove forme di radicamento che non dimentichino l’esigenza della ricomposizione della figura del lavoratore e di una nuova forma della rappresentanza a partire dal riconoscimento dei nuovi contesti lavorativi che si sono strutturati nel corso degli ultimi trent’anni. Contesti che vanno individuati dal punto di vista organizzativo e astratti dal sociale che invece la controparte mistifica e confonde mobilitando il lavoro solo sul fronte della crisi – che sul piano internazionale diventa guerra al terrorismo – per reggere a basso costo la concorrenza tra aree economiche. Il sindacato è chiamato a comporre il nuovo soggetto di riferimento e la sua organizzazione proseguendo lungo il cammino della sua storia.  E il problema della trasversale sollevato in apertura da Turchetti Va in questa direzione. Non solo un’opera strutturale, un’infrastruttura che va assolutamente completata – nel Paese delle “incompiute” – ma anche lo spunto per ragionare su un’idea di territorio e i rischi che corre se quest’opera non viene terminata in tempi non più decenti – perché è dagli ani ’60 che se ne parla – ma necessariamente stretti.

A Viterbo, nella sala Regia del Comune a Palazzo dei Priori, non c’erano poi solo i vertici nazionali, regionali e territoriali del sindacato Uil – e a fianco a loro un assessore del Lazio – ma soprattutto una nuova generazione di sindacalisti. cosciente dei tempi che corrono e della necessità di una svolta organizzativa nuova che faccia della partecipazione e della “scelta di vita militante” un punto di riferimento di tutta l’attività e l’organizzazione sindacale.

Il Jobs Act, di cui s’è parlato, non è stato roba da poco. Ha rovesciato di nuovo i rapporti tra datore di lavoro e lavoratore, tra parte e controparte dal punto di vista negoziale e contrattuale. Tra sindacato e datore di lavoro, reintroducendo di fatto la figura del “padrone” spalmandola su tutto il tessuto sociale. Perché si è trattato di una riforma che ha riguardato non solo i rapporti di lavoro ma anche e soprattutto i diritti che li caratterizzano. Tornare a capire. Non stare più a guardare. Per poi intervenire tornando a giocare d’anticipo. Direttamente nel tessuto sociale. Per riorganizzare e mobilitare. Perché i diritti dei lavoratori non sono un ostacolo allo sviluppo, sono invece lo sviluppo, civile, di una società.

One Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *