giovedì, novembre 23

Il Lazio straziato dagli incendi. In due mesi più di 15mila interventi dei vigili del fuoco


In Italia un rogo ogni cento secondi, più di mille al giorno. L’intero territorio è sotto attacco
Una montagna divorata dal fuoco
Una montagna divorata dal fuoco

di Ilenia L. Di Dio

Gli ultimi tepori di ottobre preannunciano i rigori della stagione invernale, alla quale pagheremo salato, c’è da scommetterci, il conto di quel che resta dell’estate. Già, perché quella del 2017 sarà ricordata come l’estate degli incendi: dal 15 giugno al 14 settembre sono stati 97.130 sull’intera penisola, vale a dire uno ogni cento secondi, più di mille al giorno. Nel 2016 gli incendi erano stati 50mila. Il Lazio, assieme a Sicilia, Campania, Calabria e Puglia, svetta tra le regioni in testa alla triste classifica per numero di roghi. Così come d’altronde in quella per reati ambientali.

Da metà giugno al 31 agosto, in appena settantasette giorni, i vigili del fuoco hanno effettuato circa 15mila interventi per incendi di sterpaglie e boschi nella regione (nel 2016 erano stati 7.136), di cui 8.636 solo a Roma e provincia. 113 interventi ogni 24 ore, quattro ogni sessanta minuti. Un record senza precedenti, costato la vita a due donne alle porte di Tivoli e a un novantenne di Petignano, vicino Orte, nel viterbese.

Colpita più volte la pineta di Castel Fusano, con più di 300 ettari di vegetazione bruciati da inneschi rinvenuti a fiamme domate. Critica la situazione anche in Ciociaria, dove per giorni ha bruciato il Monte della Monna, con gli abitanti di numerose cittadine costretti a fuggire dalle case assediate dai roghi, per contenere i quali il vice Presidente della Provincia Amata si è spinto a invocare l’istituzione di una taglia nei confronti degli incendiari, ritenendo il territorio “sotto attacco”. Male anche a Latina, Viterbo e Rieti, dove le fiamme hanno minacciato territori già colpiti dal terremoto (Cittareale, Amatrice, Accumuli), devastato il Monte Giano e il Monte Prato, con numerosi automezzi dei vigili del fuoco fermi per manutenzioni e riparazioni a seguito del terremoto ancora da effettuare.

La sindaca Raggi, così come il Governatore Zingaretti, hanno richiesto l’intervento dell’esercito e l’intensificazione dei controlli a tutela dell’immenso patrimonio naturale andato in fumo. In altre regioni, complice anche la siccità, è stato dichiarato lo stato di calamità. Ma a conti fatti, ovunque, nella nostra regione e nell’intero Paese, lo spettacolo offerto dalla politica è stato quello di dilettanti pronti a trattare gli incendi alla stregua di calamità naturali, a spostare il problema altrove nell’incapacità di offrire risposte o indicare responsabilità. Nessuna parola proferita sull’industria del fuoco, il grande affare di muovere elicotteri e Canadair (15mila euro per un’ora di volo per i primi e 5mila per i secondi), mezzi fuoristrada, piloti, guardie, operai e volontari. Un giro di contratti e consenso politico che si perde in una ragnatela di subappalti.Nessuno, di qualunque fazione o appartenenza politica, si è pronunciato sulla necessità di potenziare dotazioni e uomini (tremila in meno del necessario, secondo alcune fonti, le unità a disposizione dei vigili del fuoco), sulle condizioni o i turni di lavoro dei corpi chiamati a gestire un’emergenza che di emergenziale non ha ormai più nulla.

Nessuna analisi sugli effetti della militarizzazione della Forestale, o sull’inchiesta dell’Antitrust che vede coinvolte sette aziende private dalle quali con “alterazioni di costi pubblici” acquistiamo elicotteri e Canadair. Per farsi un’idea, basti pensare che il costo dell’utilizzo dei Canadair pesa per 55 milioni di euro l’anno, a cui vanno aggiunte le ore di volo. Quest’anno in un solo mese i Canadair hanno effettuato interventi per 2.146 ore (+378% rispetto al 2016), costando soltanto da metà giugno a metà luglio quattro milioni e mezzo di euro. Nel Lazio la flotta è intervenuta in 407 occasioni per l’intera stagione estiva sulle 2.075 nazionali. Sul territorio straziato dalle fiamme gli alberi rimangono come cadaveri appesi al cielo. Non volano insetti, non sbocciano fiori. Un silenzio surreale accompagna una fotografia in bianco e nero, carbonizzata, per chilometri.

“La bonifica criminale per eccellenza”, l’ha definita Saviano all’indomani dei fuochi che hanno devastato i fianchi del Vesuvio tornati ad essere una distesa di nuda lava. Una bonifica per fare spazio a discariche e aree in cui stoccare di tutto; per bloccare concessioni edilizie, o al contrario per permessi non concessi; per contestare un divieto di caccia applicato ad aree adibite alla caccia per anni. Ciononostante, c’è ancora chi nicchia e minimizza, continuando a parlare di piromani. Ma gran parte di tutto questo è evitabile, e si sarebbe potuto risparmiare se i piani di prevenzione funzionassero, se il sottobosco fosse tenuto in ordine, se il territorio non fosse lasciato in balia di se stesso senza alcuna seria possibilità di monitoraggio, prevenzione ed intervento. Il clima però sta cambiando, e da più parti nascono spontaneamente comitati di cittadini che chiedono più vigilanza e rispetto per l’ambiente. Il clima però sta cambiando, e a breve arriveranno le piogge che dilaveranno quel che resta dell’humus, non più in grado di trattenere le acque, trascinando con tutta probabilità a valle, nel fango, quel che resta di un’estate rovente. Una tragedia annunciata, l’ennesima.

 

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