mercoledì, luglio 18

Fermarsi prima che sia troppo tardi. Un uomo si racconta


Dalla felicità al baratro. Dal baratro al ritorno della ragione. La testimonianza di Mario

di Alfonso Vannaroni
Fermarsi prima - il racconto di un uom
Fermarsi prima – il racconto di un uomo

Fermarsi prima. Prima che sia troppo tardi. Fermarsi prima che venga commesso il gesto irreparabile. Mario – nome di fantasia – c’è riuscito. E ne va fiero. «Mi sono fermato prima, mi sono fermato in tempo», ripete nervosamente mentre scorre la sigaretta tra pollice e indice. Ma quel percorso che avrebbe potuto mettere fine alla vita di Rita e sconvolgere irrimediabilmente la sua, adesso lo racconta tra disagio e soddisfazione: disagio per quel che sarebbe potuto accade e che fortunatamente non è accaduto, soddisfazione per aver evitato l’irrecuperabile.

I ricordi riaffiorano, scorrono veloci, si affollano: Mario abbassa gli occhi: «provo vergona ripensando a quel che avrei potuto fare – confessa – All’inizio è stato un crescendo di incomprensioni e di piccoli dispetti. Ma ero certo che fosse solo un periodo storto, uno di quei periodi nei quali non ne va dritta una: il lavoro in bilico, qualche piccolo problema di salute, i nostri genitori anziani che chiedevano insistentemente un nipotino da coccolare. E noi che, nonostante il desiderio, non ci siamo riusciti. Eppure ce lo ripetevamo, abbracciati sul divano, che non avremmo dovuto insistere più di tanto perché avremmo rischiato di logorarci». Così però non è stato: prove su prove, tentativi su tentativi, e quel desiderio di diventare genitori sempre più frustrato. Mario e Rita si sono consumati, senza accorgersene. E così giorno dopo giorno, mese dopo mese, hanno prima sciupato e poi distrutto l’amore. «Eravamo diventati estranei – ricorda adesso Mario – ripetevamo gesti solo per rassicurarci».

Poi arriva il black out. E quando si spenge la luce non si vede più: la lucidità viene meno, la logica sparisce, la ragione pure e l’uomo retrocede a bestia. Non è una giustificazione, sia chiaro: è solo un percorso, imperdonabile ovviamente. «Ho iniziato ad addossarle colpe – continua Mario – a sospettare che non volesse più un figlio e che avesse un altro uomo. Controllavo continuamente le chiamate sul cellulare, scorrevo velocemente le chat per cercare prove di presunti tradimenti. Se usciva con le amiche volevo sapere dove andava e poi la pedinavo per vedere se diceva la verità. Lei assecondava le mie richieste, cercava di tranquillizzarmi. Ma le mie pretese erano sempre più assurde: una volta le chiesi addirittura di licenziarsi perché non riuscivo più a tollerare l’idea che avesse rapporti di lavoro con colleghi uomini. Trovavo sempre il modo per ferirla, per farla sentire in difetto e inadeguata». E poi grida, rimproveri, male parole e anche qualche spintone. Rita ha spezzato questo assurdo vortice andandosene. Mario l’ha rintracciata. E’ andato più volte sotto la nuova casa. Si è fatto notare, voleva che lei sapesse che lui era lì.  «Oscillavo come un pendolo – ricorda – a volte desideravo convincerla a tornare a casa, altre pensavo che dovevo fargliela pagare perché non mi poteva abbandonare così dopo tanti anni passati insieme».

Quell’ossessione di volergliela far pagare si è spenta. Il black out è passato, la ragione è tornata. Forse quel «vergognati» rivolto a Mario dal papà deve averlo colpito come un pugno nello stomaco. E forse è stato provvidenziale. Chissà. Adesso Rita vive in un’altra città, ha un altro lavoro. E’ lontana centinaia di chilometri da quello che era diventato un incubo. Di quella storia restano i momenti felici, sbiaditi e mortificati dagli assilli, dai tormenti e dalle manie. Resta una consapevolezza che Mario ha imparato a sue spese: «Amare – dice conclude con un filo di voce – significa lasciar andar via chi ha deciso di andarsene. Ho confuso l’amore col possesso e adesso posso solo chiedere scusa a lei, ai suoi genitori, agli amici comuni».

 

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