mercoledì, luglio 18

A Rebibbia, tra un abbraccio e istanti di magia


Recluse o in divisa. Ruoli diversi per donne in sinergia. Il racconto del mondo di dentro

di Alfonso Vannaroni
Rebibbia
Interno di Rebibbia – Foto Pino Ninfa

Un abbraccio a Rebibbia. Un istante di magia. Pochi secondi che raccontano la vita nascosta oltre i muri, gli accessi obbligati, le cancellate e le sbarre del carcere femminile. Un abbraccio tra due donne – una che nella vita ha sbagliato e sta pagando, l’altra incaricata di seguire ogni istante del percorso di riabilitazione della prima. Un abbraccio che è sinergia, che supera il concetto di costrizione della reclusione in cella e mira alla responsabilizzazione della detenuta attraverso il modello della vigilanza dinamica. E’ proprio da qui che inizia il racconto dei due giorni vissuti nel carcere femminile di Rebibbia, perché Vite in Sospeso – il progetto messo in piedi dalla Uil del Lazio su iniziativa della segretaria regionale Laura Latini – è proprio questo: osservare le donne, i loro percorsi, il loro interiore, la loro vita a confronto e la loro forza diretta verso un obiettivo: la riabilitazione sociale attraverso il lavoro.

Che questa sezione di Rebibbia sia diversa da altri istituti penitenziari si percepisce non appena l’enorme portone blu si chiude alle spalle lasciando fuori gli ultimi rumori della città. Ci si sente imbottiti dal silenzio, all’inizio. Ma poi – superati i controlli di sicurezza – si apre un piccolo mondo che sembra riprodurre quello esterno: c’è un bar, una struttura polivalente per lo sport, ci sono laboratori, c’è verde, c’è aria. A fine ottobre in questo istituto penitenziario c’erano 334 detenute. Tra loro ce ne sono cento che seguite passo dopo passo, ora dopo ora dal personale di polizia penitenziario svolgono un lavoro nell’ortofrutticolo, in cucina, nel caseificio. «Questo è un sistema – ricorda Laura Latini – che rafforza la responsabilità delle singole detenute, perché vengono abituate a gestire i loro tempi e i loro spazi. Ma è anche un sistema che presuppone una conoscenza approfondita di ogni persona. E qui un ruolo determinante lo svolgono le donne in divisa che credono fortemente nella loro professione e nel processo di rieducazione delle detenute loro affidate».

Le assistenti – così le detenute chiamano il personale di polizia penitenziaria – sono una presenza discreta e rassicurante. Sono poche, l’organico è ridotto al lumicino, ma svolgono il lavoro con passione e professionalità. «Entrano qui persone con storie di strada al limite della disperazione – racconta Francesca, un’agente di polizia penitenziaria – molte di loro iniziano un percorso che in breve tempo le cambia e dopo un po’ le vedi rinascere». In questo piccolo mondo ci sono tante storie, alcune hanno il lieto fine, altre no. «Tempo fa – dice un’altra agente – ho incontrato in pieno centro a Roma una donna che aveva scontato qui la sua pena. Mi sono sentita chiamare e voltandomi l’ho riconosciuta. Era una donna nuova: era serena, aveva un compagno. Insomma era una donna pienamente reinserita nella società». «Un’altra che è stata qui per anni – aggiunge un’altra assistente – adesso vive a Lucca. Ha un lavoro e si è sposata». Ci si sente soddisfatti, in questi casi. Perché un obiettivo così non lo raggiunge soltanto chi si riscatta dagli errori e inizia una vita nuova, un traguardo così lo raggiungono pure tutte quelle figure – agenti di polizia penitenziaria, assistenti sociali, psicologi, educatori, operatori dell’area pedagogica e del ministero della Giustizia – che dentro Rebibbia sono impegnate quotidianamente per il recupero sociale di chi ha commesso un reato. Ognuno con la sua specifica competenza mette del suo. E tutti insieme gioiscono quando un percorso si conclude positivamente. C’è però anche l’altra faccia della medaglia, quella più dura, più cruda: alcune donne continuano a cadere e non ce la fanno a rialzarsi definitivamente. «Una ragazza aveva avuto problemi di droga – ricorda un’altra agente – Appena fuori di qui, è ricaduta in quella spirale ed è morta».

Ma la sinergia tra le donne di Rebibbia si percepisce in ogni angolo della struttura: quando si sorseggia un caffè nel piccolo bar, quando si entra nel teatro, quando si percorre il lungo corridoio della direzione. Certo, non mancano i momenti di nervosismo e tensione. Ma grazie alla professionalità delle assistenti il tutto viene sedato e smorzato. «Il lavoro della polizia penitenziaria sarà sempre più essenziale – aggiunge Latini – e il personale potrà essere maggiormente produttivo sotto il profilo qualitativo se adeguatamente formato, se potrà operare in contesti caratterizzati da maggiore sicurezza e in un clima di serenità, e se sarà incentivato e gratificato perché i carichi di lavoro saranno minori e magari maggiori le gratificazioni economiche». Una serenità sprigionata dall’abbraccio tra Marika e Maria, due donne con ruolo diametralmente opposto dentro la struttura di Rebibbia. Marika racconta la sua storia davanti a una telecamera, si commuove pensando ai figli lontani. «Ho cinque figli – racconta – Mi chiedono se per Natale sarò con loro». No, Marika non potrà esserci. Sono ancora vite in sospeso, queste. Sono esistenze che attendono un futuro migliore. E così gli occhi diventano lucidi e la voce si spezza. Marika sente la solitudine, si allontana dalla telecamera. E poi arriva quell’attimo di magia, custodito tra quelle mura: Maria che corre a consolarla, abbracciandola stretta.

3 Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *