mercoledì, luglio 18

Il mondo del lavoro che cambia. E i suoi paradossi


Interner, app, piattaforme digitali. Ma non si discute di come migliorare il benessere dei lavoratori. E così ci ritroviamo a disinnescare i rischi del ritorno al cottimo senza tutele

di Angelo Pagliara e Francesco D’Amuri

lavoro che cambiaIl mondo del lavoro è cambiato e continua a cambiare a ritmi esorbitanti. Internet sta modificando il paradigma del lavoro cosi come lo conosciamo. Grazie a internet, alle App, e alle nuove tecnologie, un lavoratore può – con una semplice connessione e senza la necessità fisica di un ufficio – iniziare immediatamente a lavorare. Le uniche cose di cui necessita sono uno smartphone e una connessione a una piattaforma on line, con il rapporto di lavoro che si svolge totalmente in remoto, senza che vi sia un rapporto diretto tra lavoratore e datore di lavoro. Si tratta del cosidetto crowd work.  Una nuova forma di lavoro che rappresenta senza dubbio una straordinaria opportunità di crescita e sviluppo, ma che al contempo necessita di una adeguata regolamentazione che possa tutelare i diritti di questi nuovi lavoratori.

I nuovi lavori offerti dal digitale riguardano i servizi più svariati, dalle traduzioni al baby sitting, ma forse quello conosciuto ai più, soprattutto nelle grandi città, è il servizio di food delivery. Quotidianamente vediamo sfrecciare nelle nostre strade, in sella a una bicicletta e con il materiale tecnico della loro azienda decine di ragazzi. Un tempo si chiamavano fattorini ed erano per lo più studenti che si cimentavano in lavoretti saltuari. Oggi li chiamiamo riders e tra di essi non ci sono più solo gli studenti, ma anche chi un lavoro ha difficoltà a trovarlo, oppure tante di quelle persone che lo hanno perso a causa della crisi economica o della digitalizazzione dell’economia. Tutti «figli invisibili» della Gig Economy; di un modello economico, di grande potenzialità ma che se non adeguatamente regolamentato, rischia di riportarci al sistema del cottimo. Un paradosso dei nostri tempi, dove anziché discutere di come migliorare il benessere dei lavoratori e ridurre l’orario di lavoro, ci ritroviamo a dover disinnescare i rischi di ritornare ad un sistema di cottimo, senza tutele.

L’11 Aprile il Tribunale del lavoro di Torino ha respinto il ricorso – primo del genere in Italia – dei sei rider avevano intentato una causa civile contro una società di food delivery, contestando l’interruzione improvvisa del rapporto di lavoro dopo le mobilitazioni del 2016 per ottenere un giusto trattamento economico e normativo. Il tribunale ha ritenuto che i rider sono collaboratori autonomi non legati da un rapporto di lavoro subordinato con l’azienda pertanto il ricorso non sussiste. In Spagna, ad esempio, l’Ispettorato del lavoro di Valencia ha detto che fare il rider Deliveroo non è un hobby ma un lavoro dipendente. In Francia, ai tassisti Uber il Tribunale di Parigi non ha riconosciuto lo status di dipendenti, in Inghilterra è successo esattamente il contrario. Insomma, il problema della definizione del rapporto di lavoro varia da paese a paese a seconda del diritto del lavoro, mentre queste aziende dell’economia digitale sono trasversali, il che rende ancora più complicato definire con chiarezza il loro status.

In Europa c’è un dibattito molto avanzato su questo tema, di protezione del lavoro indipendente si parla moltissimo. Proprio di recente, la Corte di Giustizia europea ha stabilito che anche un lavoratore autonomo ha diritto alla disoccupazione. Una decisione storica senza ripercussioni in Italia. La Confederazione Europea dei Sindacati si sta battendo, con in prima fila i Sindacati Confederali italiani, per il rafforzamento dei diritti e della protezione sociale dei lavoratori atipici. Ma qualche spunto di autocritica deve venire anche da noi consumatori, sempre esigenti ma disattenti alla logica dei minimi costi e delle condizioni lavorative. Una autocritica nell’auspicio e nella speranza che il nuovo Governo abbia la capacità di spostare il dibattito su tematiche concrete e di prospettiva e non su futili e inconcludenti questioni.

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