martedì, ottobre 16

Infanzia negata. Aumentano i minori sfruttati nel mondo


In molti Paesi un bambino su quattro lavora. E’ l’agricoltura il settore più a rischio. Guerre e povertà aumentano il triste fenomeno

di Nico Luzzaro

Infanzia negata. Un bambino su quattro nel mondo lavora e in modo non saltuario. La più alta percentuale si trova in Africa subsahariana – il 29% di quelli tra i 5 e i 17 anni; seguono: America Latina e i Caraibi (11%) e Medio Oriente e Nord Africa, dove meno di 1 bambino su 10 (7%) in questo gruppo di età svolge lavori potenzialmente pericolosi. Questi alcuni dati diffusi dall’Unicef Italia in occasione della giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile.

In quasi tutti i Paesi meno sviluppati i bambini e le bambine hanno le stesse probabilità di essere coinvolti in lavoro minorile, ad eccezione dell’America Latina e dei Caraibi dove i ragazzi hanno maggiori probabilità rispetto alle ragazze di svolgere lavoro minorile: il 13% dei ragazzi contro l’8% delle ragazze. In Africa Centrale e Occidentale per entrambi la percentuale si attesta attorno al 32%; in Africa Subsahariana il 30% dei ragazzi è coinvolto in lavoro minorile, rispetto al 29% delle ragazze. Delle disparità di genere si registrano tuttavia nei tipi di attività svolte: le ragazze sono più coinvolte in lavori domestici. Dei 152 milioni di bambini lavoratori, secondo i dati diffusi dalla FAO, la stragrande maggioranza (108 milioni) viene occupata in agricoltura, nell’allevamento del bestiame, nella silvicoltura o nell’acquacoltura. L’incidenza del lavoro minorile nei Paesi colpiti da conflitti armati è del 77% superiore alla media globale. Quasi la metà di tutto il lavoro minorile del mondo avviene in Africa e la stragrande maggioranza lavora in agricoltura, seguita dall’Asia con 62 milioni. Numeri in forte aumento rispetto al 2012, quando i minori lavoratori erano 10 milioni in meno.

“Questa tendenza – avverte la Fao – non solo minaccia il benessere di milioni di bambini ma mina anche gli sforzi per porre fine alla fame e alla povertà. Il numero dei minori che lavorano in agricoltura è aumentato in modo notevole, passando dal 2012 a oggi, secondo le ultime stime, da 98 a 108 milioni, dopo oltre un decennio di continuo declino. Conflitti prolungati e disastri naturali legati al clima seguiti da migrazioni forzate hanno spinto centinaia di migliaia di bambini nel lavoro minorile. Le famiglie nei campi profughi siriani in Libano – continua l’agenzia Onu – ad esempio, sono inclini a ricorrere al lavoro minorile per assicurare la sopravvivenza della famiglia. I bambini rifugiati svolgono una serie di compiti: lavorano nella produzione di aglio, nelle serre per la produzione di pomodori, nella raccolta di patate, fichi e fagioli. Sono spesso esposti a molti pericoli e rischi, come pesticidi, scarsa igiene del campo, alte temperature e affaticamento nel fare lavori fisici impegnativi per lunghi periodi. Allo stesso tempo, gli sforzi per eliminare il lavoro minorile in agricoltura devono fare i conti con sfide persistenti, a causa della povertà rurale e della concentrazione del lavoro minorile nell’economia informale e nel lavoro familiare non retribuito”.

 

 

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