martedì, luglio 17

Amianto, presenza inquietante nelle province del Lazio


Quarantaduemila tonnellate pesano sulle spalle dei territori laziali. Situazione più allarmante in Ciociaria e nel viterbese

di Alfonso Vannaroni

amianto«Non potevi vederlo ma dovevi saperlo. Milletrecento volte più sottile di un capello. Da un po’ di tempo guardo in alto vedo i tetti con occhi diversi. I tetti vicini e quelli più lontani e persi. Guarda è lì, guarda quanto, guarda quanto amianto». L’incipit degli Assalti Frontali, storica band romana hip hop, contenuto nel testo ‘Asbesto’, ricorda quanto sia stato lungo il cammino in Italia per raggiungere la consapevolezza sulla pericolosità di quella che un tempo era stata definita la fibra dell’oro. Molte esistenze sono state spezzate negli anni, una strage silenziosa. Ma quante sono le coperture, gli edifici pubblici e privati, i siti industriali, i pavimenti, i pannelli, i serbatoi, che nascondono ancora questa pericolosissima fibra killer. E quante le aree ancora da bonificare per evitare ulteriori danni alla salute dell’uomo.

Il viaggio inizia dalle province della nostra regione. A fare ordine ci prova la Uil col focus ‘Amianto nel Lazio’, realizzato in collaborazione con l’Istituto di ricerca Eures.  Escludendo Roma e il suo hinterland, sono quasi tre milioni i metri quadrati occupati dall’amianto, che gravano sui territori con un peso di oltre 42mila tonnellate. La situazione più grave è in Ciociaria, dove le strutture contaminate raggiungono i 994.304 metri quadrati (oltre 600mila solo tra Frosinone, Anagni e Aquino) pari a 14.654 tonnellate. Segue la provincia di Viterbo con un’area di 906.830 metri quadrati (un picco di 200mila a Civitacastellana) pari a un peso di 13633 tonnellate. Con 561285 metri quadrati – di cui 260mila tra Borgo Santa Maria e Cisterna di Latina – corrispondenti a 8.419 tonnellate, c’è poi la provincia Pontina. Chiude il territorio reatino con 339804 metri quadrati (271mila concentrati nell’area di Santa Rufina) metri quadrati equivalenti a 6mila tonnellate. «Per stabilire le priorità di intervento – fanno sapere la Uil e l’Eures – sono state elaborate cinque fasce di rischio.

Nella nostra regione sono 128 gli edifici che ricadono nella prima classe e 337 quelli raggruppati nella seconda che richiedono una bonifica immediata. A seguire, sono 11 i siti in terza classe e 440 quelli catalogati in quarta, mentre gli edifici che presentano una situazione di relativa tranquillità circa il rischio di dispersione delle fibre di amianto sono 475». A ventisei anni dalla legge dalla legge 257 – che nel 1992 aveva vietato l’estrazione, l’importazione, l’esportazione, la commercializzazione e la produzione di amianto – la situazione è critica in tutta Italia. Numeri e dati – ancora parziali – proiettano in una giungla, dove non ci sono alberi né fitta vegetazione, ma tante piccole fibre ancora in agguato pronte ad avvelenare la vita fino a spezzarla. C’è poco da stupirsi, visto che dal 1945 al 1992 nel nostro Paese sono state prodotte 3,7 milioni di tonnellate di amianto grezzo e ne abbiamo importate 1,9 milioni di tonnellate. Per essere poi largamente usate in edilizia, nell’industria dei trasporti. L’asbesto era talmente diffuso che era presente anche nelle guarnizioni, nelle frizioni e nei freni di auto e treni. Una quantità che negli anni si è tradotta in 21.463 casi di mesotelioma maligno diagnosticati tra il 1993 e il 2012 e oltre 6mila morti l’anno.

Sulla base delle risposte fornite dalle Regioni, Legambiente – nel suo dossier Liberi dall’amianto? – oggi stima in 370mila le strutture contenti amianto: 20.296 i siti industriali, 50.744 gli edifici pubblici e 214.469 quelli privati, 65.593 le coperture in cemento amianto e altri 18.945 strutture di tipologia generica. Sono poi 66.087 i siti mappati dagli enti locali, 86mila quelli dichiarati dal ministero dell’Ambiente. Non finisce qui. La bomba ecologia e sanitaria si arricchisce con altre cifre: l’Osservatorio nazionale amianto (Oma) stima che nella nostra rete idrica ci siano presenze di asbesto per circa 300mila chilometri di tubature e le ha riscontrate anche in mille edifici culturali e biblioteche. Complessivamente sul territorio italiano ci sono ancora 32 milioni di tonnellate di amianto compatto e 8 milioni di tonnellate friabile. Quantità destinate a crescere. Basti pensare che solo 15 Regioni hanno risposto al questionario dell’associazione ambientalista e che anche il ministero dell’Ambiente ha lamentato una raccolta non omogenea e aggiornamenti annuali delle mappature incompleti.

amianto

Sta di fatto che dopo un quarto di secolo, i ritardi accumulati spostano in avanti le lancette del tempo. Per una completa rimozione della fibra killer così subdola passerà ancora molto tempo. Quanto? Difficile dirlo. Un esempio però può aiutare: la Sardegna – dopo aver approvato il suo Piano regionale amianto (Pra) nel 2008 – per completate le bonifiche ha fissato come data il 2048. La Basilicata il 2099. E nel Lazio? La nostra regione non ha ancora approvato il piano regionale. Eppure, la legge 257 aveva dato 180 giorni agli enti locali per adottare un proprio specifico documento. Le attività di censimento e di mappatura sono in corso, mentre le bonifiche procedono. Il V rapporto dell’Inail – attraverso il ReNaM (Registro Nazionale dei mesoteliomi) – ha intanto fissato a 901 i casi di mesotelioma maligno entro i confini regionali. Nel frattempo il Testo Unico per il riordino, il coordinamento e l’integrazione di tutta la normativa in materia di amianto, presentato a fine del 2016 al Senato è rimasto nei cassetti di Palazzo Madama. Ma la legge del 1992 ha mostrato i suoi limiti. Adesso servono nuovi strumenti. «Propongo una cabina di regia sull’amianto – ha detto il ministro dell’ambiente Sergio Costa – E’ arrivato il momento di dare risposte sulla mappatura, sul monitoraggio, sulle bonifiche e sulla ricerca. Dobbiamo mettere in campo le migliori tecnologie, lavorando con i progetti di eccellenza italiani in questo settore». E intanto risuonano note e testo degli Assalti Frontali: «Guarda il campo laggiù, c’è il fiore di Adriano. Vicino il signore che abitava al primo piano. Poi un dottore che mi dice: Sai come funziona? No, come funziona? L’amianto non perdona».

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