domenica, ottobre 21

Tasse Capitale. Oltre mille euro in più di Irpef per chi vive a Roma


I contributi più significativi vengono da Lombardia e Lazio. Basilicata, Puglia e Calabria le regioni che versano meno

di Maria Teresa Cinanni

tasse capitaleTasse capitale. E’ Roma la città metropolitana con l’addizionale comunale più alta, mentre i contribuenti del Lazio versano gli importi più significativi di Irpef. Nello specifico, ogni cittadino della nostra regione ha versato nel 2017 di media 636 euro di irpef regionale, ovvero il 37,3% in più rispetto al 2013. Importo cui vanno  aggiunti 248 euro di media di addizionale comunale, che per i romani diventano 278, a causa soprattutto del valore dell’aliquota pari allo 0,9%, ovvero superiore al tetto massimo imposto per legge agli altri comuni. Questo quanto emerge nel dossier “Imposte sui redditi delle famiglie nelle regioni italiane e nelle città metropolitane” realizzato dalla Uil del Lazio in collaborazione con l’Eures.

Il contributo dell’Irpef è al primo posto tra le fonti delle entrate tributarie nazionali arrivando a rappresentare il 36% degli introiti complessivi, ovvero 156 miliardi di euro, ben un quinto del reddito complessivo dichiarato in Italia. Provengono dalla Lombardia e dal Lazio i contributi più significativi, nettamente superiori alla media nazionale (pari a 5.069 euro annui), mentre Basilicata, Puglia e Calabria sono le regioni che versano meno in termini medi. Di conseguenza, sono Milano e Roma le città metropolitane che risentono dei prelievi più consistenti, con difficoltà crescenti per la Capitale dove le maggiorazioni regionali e comunali sono aumentate di circa mille euro e dove il reddito pro capite risulta in media inferiore a quello dei colleghi milanesi (24 mila il reddito medio nella città metropolitana di Roma contro i circa 27,3 mila euro di Milano). Gli incrementi del Lazio sono dovuti prevalentemente all’impennata del 37,3% dell’Irpef regionale il cui costo medio per ogni contribuente ha raggiunto nel 2017 i 636 euro (406 euro in Lombardia) e al valore dell’addizionale comunale che ha portato i cittadini laziali a sborsare  lo scorso anno 248 euro (che diventano 278 nella città metropolitana di Roma Capitale), a fronte dei 186 euro registrati su scala nazionale.

Guardando poi ai trasferimenti pubblici, emerge che i cittadini romani ricevono pro capite 11 euro in più rispetto ai milanesi – 287 euro pro capite Roma e 276 Milano – ma pagano oltre 200 euro in più di irpef regionale e comunale. Stesso discorso per gli incrementi su scala nazionale. L’aumento delle maggiorazioni locali ha interessato tutto il Paese ma la media nazionale è del +13% per le addizionali regionali e del +19,8% per quelle comunali, meno della metà degli aumenti subiti dai cittadini romani, i quali continuano a fare i conti con costanti situazioni di crisi e con una tassazione che è la più alta del Paese e che, paradossalmente, non produce alcun servizio aggiuntivo. Anzi. La qualità di vita dei cittadini romani è di gran lunga inferiore a quella degli abitanti delle altre regioni e sono in crescita le crisi aziendali che stanno contribuendo ad aumentare il numero dei disoccupati e dei cassaintegrati. Non è un caso infatti che mentre nel resto del Paese le ore di cassa integrazione hanno subito una battuta d’arresto, per via anche delle restrizioni sulla cig ordinaria e sulla straordinaria e dell’eliminazione della cig in deroga, nel Lazio nei primi sette mesi del 2018 si è registrato un incremento del 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

A tutto ciò si aggiunge uno squilibrio non indifferente nella suddivisione degli scaglioni di reddito e nelle aliquote Irpef che – si nota –  gravano in misura maggiore sui redditi più bassi, evidenziando al contrario un’incidenza inferiore tra i contribuenti più ricchi. “Oltre a prevedere un abbassamento delle tasse locali – propone la Uil del Lazio –  sarebbe necessario garantire una maggiore equità. Non è assolutamente accettabile che le maggiorazioni gravino soprattutto sui redditi inferiori, già costantemente in affanno. Un sistema più equo implica un aumento della fascia di esenzione e un maggior numero di scaglioni. Ma implica soprattutto la garanzia di poter usufruire di tutti i servizi primari, purtroppo non così scontati”.

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