sabato, novembre 17

Donne e violenza. Nel commercio e turismo i casi più frequenti


Alessandra Menelao: Oltre mille persone si rivolgono agli sportelli mobbing e stalking Uil per chiedere aiuto

di Maria Teresa Cinanni

donne e violenza

Donne e violenza. Sono oltre mille le persone che ogni anno si rivolgono agli sportelli mobbing e stalking della Uil per chiedere aiuto. In circa il 70% dei casi, si tratta di donne e quasi sempre di donne che hanno subito molestie, soprusi, ricatti nella vita lavorativa. “Ma ci sono anche parecchie richieste di aiuto da parte di donne che subiscono violenza e maltrattamenti in ambito famigliare”, spiega Alessandra Menelao, responsabile nazionale dei centri di ascolto mobbing e stalking contro tutte le violenze.

Perché le donne vittima di violenza si rivolgono a uno sportello sindacale piuttosto che alle forze dell’ordine e ai centri antiviolenza?

Ciò accade soprattutto nei piccoli centri, dove tutti si conoscono ed entrare in una caserma, in un commissariato o in un Centro, significa aver già deciso di denunciare il proprio compagno. Ma nella maggior parte dei casi, non è così. Le donne hanno timore di sporgere denuncia e chiedono aiuto. La sede sindacale le fa sentire più protette e tutelate. Meno conosciute ma molto diffuse sono anche purtroppo le violenze nei confronti delle donne disabili e delle immigrate. In entrambi i casi le situazioni diventano più complesse e l’accompagno verso la denuncia quasi impossibile, soprattutto con le straniere. Nonostante i mediatori, infatti, l’ostacolo linguistico rappresenta ancora un grosso gap.

Quali sono invece le denunce più frequenti in ambito lavorativo e quali i settori più colpiti?

Il fenomeno è largamente diffuso in quasi tutti i settori, purtroppo. Anche se nel commercio, nella pubblica amministrazione, nel turismo le molestie sono molto più frequenti. Alla molestia, segue il ricatto. Ovvero le donne che rifiutano le avances del datore di lavoro nella maggior parte dei casi o del collega, si ritrovano improvvisamente carichi lavorativi arretrati, turni modificati, richieste di orari impossibili, fino a vere e proprie vessazioni che sfociano nel mobbing e, in alcuni casi, nella violenza fisica. Non sempre però le vittime decidono di denunciare. Hanno paura di perdere il lavoro e, ancor di più, di non essere credute dai famigliari.

Un atteggiamento fortemente maschilista e diffuso. Come risponde il sindacato a tutto questo?

Nel caso specifico di un racconto di mobbing, si cerca di accompagnare gradualmente la donna alla denuncia, ma non è un percorso semplice. Le prove infatti sono tutte a carico della lavoratrice che deve dimostrare di aver effettivamente subito molestie e ricatti. Per questo chi ha intenzione di denunciare deve conservare sms, chat, messaggi. A quel punto viene studiata una strategia. A volte si opta per le dimissioni garantendo le massime tutele per la lavoratrice, altre per il trasferimento in altra sede, quando è possibile. Ma il sindacato è molto attivo anche nella prevenzione. Lo scorso anno ad esempio Cgil, Cisl, Uil e Confindustria hanno ufficialmente siglato un Accordo che riconosce l’inviolabilità della dignità di lavoratrici e lavoratori e spinge alla denuncia di comportamenti molesti o violenti. Abbiamo denunciato per primi e lottato contro l’introduzione del 162 Ter, più conosciuto come depenalizzazione dello stalking, abbiamo preteso che tale problematica fosse inserita nel Nuovo Piano Antiviolenza.

 Cosa prevede il Nuovo Piano Antiviolenza? Quali le innovazioni e quali le mancanze, se ci sono?

Si tratta purtroppo di un Piano ancora una volta straordinario e non ordinario come avremmo voluto, ma se rimarrà così è un Piano che ha qualche marcia in più rispetto al precedente. Innanzitutto è stato elaborato alla presenza di tutti gli operatori che, a vario titolo, si occupano di violenza e prevede finalmente la mappatura di tutti i Centri presenti sul territorio nazionale, con i numeri esatti delle vittime, attraverso un protocollo siglato con l’Istat e il CNR. Potrebbe sembrare una cosa scontata, ma finora non avevamo e non abbiamo ancora dati reali e ufficiali del fenomeno. Altro riconoscimento importante è l’inserimento ufficiale della violenza sul posto di lavoro. Ma, ci sono dei ma. L’iter legale rimane ancora troppo lungo e poco agevole, è necessario prevedere più rigore e delle tempistiche precise per la formazione di tutti gli operatori che si occupano di violenza. Non è un caso infatti che la Corte dei Diritti europei continui a bacchettarci. Bisognerebbe ripristinare la legge Carfagna e prevedere leggi chiare per gli orfani dei femminicidi, che dovrebbero essere affidati ai parenti più prossimi, e avere sin da subito la reversibilità della pensione, laddove presente, della donna uccisa. Serve inoltre maggiore chiarezza sul ruolo dei Comuni e delle Regioni in merito ai fondi che vengono elargiti dall’uno o dall’altro senza un progetto definito.

 

 

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