lunedì, Dic 10

«Tutto era morte e tutti eravamo certi di non sopravvivere»


Sami Modiano, superstite della shoah, accompagna cento giovani della Uil ad Auschwitz

di Maria Teresa Cinanni

morte “Tutto era morte. tutti eravamo certi di non sopravvivere”. A ottanta anni dalla promulgazione delle leggi razziali, uno è il monito che si leva più degli altri: non dimenticare. Non dimenticare per evitare il ripetersi dell’orrore. Questo il pensiero più ricorrente nei superstiti, questo il fine della scrittura di Primo Levi o di Liliana Segre, dei racconti di Piero Terracina, Shlomo Venezia e di quanti sono sopravvissuti alla barbarie nazista. Ed è questo il fine principale anche dei tanti viaggi della Memoria organizzati negli anni da scuole e istituzioni affinché i ragazzi possano prendere coscienza di ciò che è stato e impedire il ripetersi. Lo stesso fine che ha spinto stavolta un sindacato confederale, la Uil, a organizzare un viaggio ad Auschwitz per cento giovani che avranno un cicerone d’eccezione: Sami Modiano, ebreo italiano di Rodi, come si definisce, deportato nel lager di Auschwitz Birkenau a soli tredici anni, insieme a tutta la famiglia, di cui è stato l’unico superstite.

Ha iniziato tardi a raccontare la sua storia Sami, nel 2005. Ma da quel giorno non si è mai fermato. E da quel giorno è tornato tantissime volte nella “fabbrica della morte”, come la definisce, “per mostrare ai ragazzi ciò che è accaduto, per dimostrare che non si può negare l’evidenza, come qualcuno continua a fare”, ci racconta, con volto pacato e voce ferma che si incrina, si emoziona nel parlare del padre o di se’ bambino che, a causa delle leggi razziali, non ha potuto studiare. È un cruccio che si porta dentro. Che ripete più volte. “Ho la terza elementare, nemmeno finita – racconta – perché sono stato espulso da scuola e pensavo fosse colpa mia. Ero bravo a scuola. Chiedevo spiegazioni agli adulti e mio padre mi fece comprendere che la mia unica colpa era essere nato in una famiglia ebrea. È una colpa questa?”.

Come si può sopravvivere a quell’orrore? “È una delle tante domande che ha accompagnato la mia vita da allora. Non ho una risposta e non so perché io sia sopravvissuto. Lì tutto era morte e tutti eravamo certi di non sopravvivere. Quando ci è stato marchiato il numero, sapevamo di andare a morire. Lo abbiamo sperato, a volte. Eppure qualcuno di noi è tornato. Perché? Mi sono chiesto negli anni. E forse un perché l’ho trovato soltanto nel 2005”.

Ha trovato la risposta alle sue domande? “Penso di averla trovata quando ho rotto il silenzio. Nel 2005 ho fatto il mio primo viaggio della Memoria, con Veltroni e il mio amico fraterno Piero Terracina. Sono andato per capire se fosse valsa la pena raccontare. Non ero convinto che avrei proseguito su questa strada”.

Cosa la frenava? “Il timore di non essere creduto. La paura più grande, ciò che forse mi ha fatto rimanere in silenzio così a lungo era proprio quella di non essere creduto. E sarebbe stato un ennesimo dolore per me”.

 E invece com’è andata? “Sono stati i ragazzi a farmi capire che era necessario proseguire su questa strada. Quegli stessi ragazzi cui raccontavo l’orrore, raccontavo cose spaventose che mai occhi di ragazzo dovrebbero vedere. I ragazzi sono stati la mia risposta. Con loro ho trovato la mia missione”.

Sono trascorsi ottanta anni dalle leggi razziali. Ha raccontato come ha vissuto lei da bambino la loro promulgazione. Come vive oggi le varie vicende politiche nazionali e internazionali? Ha qualche timore in merito alla situazione attuale? “Quello che più mi dispiace è vedere gli immigrati abbandonati a loro stessi. Mi rattrista. Molto. Mi tengo volutamente lontano dalla politica ed evito di esprimere giudizi. Ma ai giovani immigrati va data qualche possibilità. E va data soprattutto la possibilità di vivere”.

 

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