lunedì, Dic 10

Gaia siamo noi. Rispettiamola


Cosa accadrebbe se il nostro corpo fosse trattato come noi trattiamo la Terra? Quanto potremo vivere? E cosa ne sarebbe di noi?

di Giuliano Sciotti, Segretario regionale Uil Lazio

gaiaLa chiamiamo Gaia ma tanto felice non sembra essere. Di anno in anno siamo passati dalla green economy alla sostenibilità e adesso all’economia circolare. Cerchiamo di capire cosa si nasconda dietro un nuovo termine, un nuovo vocabolo. Ma in realtà al centro resta sempre un tema: l’ambiente e come noi possiamo interagire con esso nelle modalità più compatibili per rispettarlo e preservarlo. L’esperienza ha dimostrato che ciò che è utile per noi può essere nocivo per Gaia, se non sappiamo come smaltirlo e riutilizzarlo.

Un esempio: per molti anni abbiamo usato le plastiche, che sicuramente hanno migliorato la vita di molti, ma che oggi rappresentano il problema del millennio per il grave danno ambientale che procurano se non vengono smaltite correttamente. Recenti ricerche hanno infatti dimostrato come se abbandonate al sole possano rilasciare nell’aria etilene e metano. Così abbiamo imparato a parlare di economia sostenibile, di riciclo, di tutela e protezione ambientale. Ma ad oggi, almeno nel nostro Paese, questo tema non sembra ancora divenuto patrimonio culturale di tutti. E la prova del nove della poca sensibilità della nostra società sta proprio nella gestione dei rifiuti, un materiale che invade le strade diventando a Roma una vera emergenza. Una società compatibile con la nostra Gaia sarà tale solo se avrà risolto la questione dei rifiuti. Un mondo che cambia non può eludere la gestione dei rifiuti, che poi sono il risultato della nostra vita nel pianeta – nel pianeta non sul pianeta –  perché qui nel modo dire nasce la differenza, sentirsi integrati come se fossimo divenuti un unico essere nell’infinito dell’universo. La prima certezza che dovremo avere è quella di essere parte di unico corpo, e come se noi fossimo delle cellule di un corpo che lo rendono vivo. Una visione che riportata all’universo e la Terra e rappresenta il reale dell’essere.  Pensiamo al nostro corpo, alla sua forma, la sua composizione: ecco, trasliamo il tutto al tema della vita del pianeta terra, dove noi siamo le cellule che compongono Gaia.

Cosa accadrebbe se il nostro corpo fosse trattato come noi trattiamo la Terra? Quanto potremo vivere? E cosa ne sarebbe di noi? Penso che il ciclo dei rifiuti sia vitale per il pianeta come i nostri organi vitali. Risparmiare, riciclare sono scelte fondamentali, per la vita di Gaia e quindi per noi. Un ciclo dei rifiuti deve porsi l’obiettivo di recuperare la materia, riusarla per donare nuova vita e dare al Pianeta il potere di respirare e di vivere ancora a lungo. Ma i rifiuti sono diventati terreno di affari loschi, corruzione e incompetenza. Norme e leggi hanno definito dipinto i rifiuti come un problema da risolvere non come una risorsa da rigenerare. Siamo stati educati a dominare Gaia, non certo a rispettarla. Sotto il lavello della cucina il materiale che ogni giorno depositiamo pensiamo che sia una cosa morta, un problema da cui sbarazzarci, senza renderci conto che è un valore, un progetto per dare vita ancora alla stessa materia che pensavamo finita. ll recupero di una bottiglia di plastica porta un accrescimento del benessere alla società che aggiunge economia, il risparmio con un solo gesto rappresenta un recupero di un   costo complessivo dell’acqua in bottiglia che è oggi ha un totale di 2,7 miliardi di dollari di cui per le bottiglie 1,2 miliardi solo per le bottiglie. Riutilizzare riducendo l’inquinamento attraverso uno sfruttamento intelligente delle risorse esclusivamente lo sfruttamento delle bottiglie di plastica in Pet.

Parlare dei rifiuti, che in realtà sono energia potenzialmente pulita, vuol dire superare il convincimento che siano inutili e dannosi, vuol dire battersi contro il malaffare della Terra dei fuochi, essere ancora protagonisti della vita di Gaia e di non ritenerla un luogo solo di passaggio del nostro costume di vita. Pensiamoci un attimo, riflettiamo: capiremo che quello che oggi riteniamo un problema è invece una nuova una opportunità. E’ per questo che si prova sconcerto nel vedere gli oceani invasi dai rifiuti. Pensate che ogni anno otto milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani. Nel Mediterraneo gli effetti sono visibili: sono 134 le specie marine vittime dell’ingestione di questo materiale. E noi ne consumiamo ogni anno oltre due milioni di tonnellate in imballaggi. Sono numeri che spaventano. La ormai tristemente nota “isola di plastica”, nel vortice del Pacifico del nord, è un’area di circa un milione di chilometri quadri in cui le correnti accumulano la spazzatura dell’oceano. Qui la densità delle microplastiche – i frammenti di pochi millimetri – è di 335mila ogni chilometro quadro. Nel Mediterraneo arriva a 1,25 milioni.

Prima li abbiamo sotterrati nelle discariche, poi li abbiamo bruciati nei termovalorizzatori, adesso proviamo a dividerli, ma restano sempre la parte più difficile da trattare perché l’attuale sistema produttivo spinge all’invasione dei rifiuti e la gestione resta opportunistica mirando a minimizzare i propri costi scaricando sull’ambiente i danni che essi provocano.

 

 

 

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