venerdì, Gennaio 18

Le rughe del sorriso


L’intervista allo scrittore Carmine Abate

di Maria Teresa Cinanni

Carmine Abate è uno scrittore di etnia arbëreshe nato in Calabria nel 1954 e residente in Trentino. È autore di numerosi racconti, romanzi e saggi incentrati sui temi dei migranti e degli incontri tra le culture. E sulla storia di una giovane somala si basa anche “Le rughe del sorriso”, il suo ultimo romanzo, edito da Mondadori. Lo abbiamo intervistato per saperne di più del romanzo e dell’interesse per le tematiche etniche e multiculturali.

Come nasce “Le rughe del sorriso”? Quanto ha influito sul libro il clima politico attuale? Come tutti i miei libri, anche questo trae origine da un’immagine che mi ha molto colpito: in questo caso, una folla inferocita che ho visto tempo fa a Roma. Erano uomini e donne italiani che sbraitavano furiosi e lanciavano sampietrini a un gruppo di africani cui erano state assegnate delle case popolari. Un’assegnazione non gradita e reputata ingiusta da quella folla che continuava a ripetere ‘tornate a casa vostra’, ‘non vogliamo negri in questo quartiere’ e altre frasi simili. Non mi era capitato fino ad allora di assistere a una scena così violenta e la cosa mi ha molto colpito. Ma forse non avrei scritto questa storia se non avessi notato una giovane migrante che, davanti alla violenza della folla, reagiva sorridendo. Non era un sorriso di derisione o di sfida, ma una richiesta di comprensione, quasi una preghiera. Quella ragazza somigliava molto a una giovane somala che avevo conosciuto in un centro di accoglienza in Calabria. È nata da qui l’urgenza che ha poi dato origine al romanzo. Da quelle rughe del sorriso che celavano il dolore e chissà quali segreti.

Ha parlato di folla inferocita. Come migliorare la situazione attuale e favorire una corretta integrazione? Bisognerebbe incrementare i centri di seconda accoglienza. Centri dove ospitare venticinque, trenta persone ed evitare le baraccopoli. Ho visto luoghi assurdi, a Crotone ad esempio c’era una vera e propria baraccopoli di plastica dove si accampavano migranti che non avevano la possibilità di pagare un affitto nemmeno per una stanza da dividere in tanti. Altre volte vengono ospitati in luoghi illegali, soggetti a numerosi sgomberi. Ma dovremmo capire che rimanere lì non è una scelta, è una costrizione. Non hanno alternativa.

 Cosa intende esattamente, le baraccopoli favoriscono la stanzialità? Sicuramente rafforzano le organizzazioni criminali, e i migranti che bazzicano nei non luoghi delle grandi città diventano più facilmente un problema per la sicurezza. Ho conosciuto centri in cui vivevano in poche decine e con una dozzina di operatori che vi lavoravano a turno. Ebbene, lì non ci sono mai stati problemi di sicurezza e i migranti si trovavano bene. Venivano trattati da essere umani che hanno bisogno del nostro aiuto. Ed è questo ciò che spesso dimentichiamo. Se cominciassimo ad ascoltare più le loro storie e a parlar meno di percentuali, di numeri, forse recupereremmo maggiore umanità nei loro confronti.

Un’integrazione anche in questo momento storico è possibile? Riace è la dimostrazione che una buona integrazione è fattibile. Ma non è l’unico esempio. La cosa fondamentale è il lavoro. Spesso bisogna riuscire a inventarlo, come è stato fatto a Riace.

Nei piccoli centri questo probabilmente è più fattibile, ma in una grande città come Roma? È sicuramente più complicato. Ma non bisogna nemmeno pensare che si possa suddividere il territorio nazionale in zone. Si creerebbero molti più problemi. Faccio un esempio. Uno spacciatore si camuffa più facilmente in un gruppo di migranti senza lavoro e senza diritti e agli occhi dell’opinione pubblica l’intero gruppo diventa problematico, fino considerarli tutti spacciatori.

Come si risolve il problema? Come si fa a distinguere e a far distinguere? Il problema maggiore è la mancanza di dialogo. Non conosciamo nulla di loro. Della loro vita, dei motivi per cui sono giunti da noi. E questo li fa diventare quasi esseri senza identità. Non credo che gli italiani siano così razzisti come appaiono soprattutto ultimamente. Spesso vengono elaborate delle fake news che danno origine a reazioni a loro volta false. Perché generate da un falso.

Si riferisce a qualcosa in particolare? A molte delle notizie che vengono divulgate sugli immigrati. Penso ad esempio alla questione dei 35 euro. Se questi soldi fossero davvero entrati quotidianamente nelle tasche dei migranti, gli italiani avrebbero avuto motivo di lamentarsi. Ma è una fake news e le reazioni suscitate sono innescate da un falso.

C’è un modello europeo cui l’Italia potrebbe ispirarsi per gestire la questione migranti? Non sono un esperto di cose internazionali. Conosco il modello tedesco e mi pare funzioni. In Germania, così come nei Paesi del Nord Europa, l’integrazione passa attraverso un’abitazione e nuovi posti di lavoro. Questo fa sì che l’immigrato possa cominciare il suo percorso di integrazione nella società nel migliore dei modi; la paura del “diverso”, di ciò che non si conosce diminuisce e di conseguenza il discorso sicurezza perde valore. Ma per l’Italia quel modello è un’utopia. Non ci sono le risorse per attuarlo. Qui, però, potremmo prendere esempio da Riace e dal modello creato da Mimmo Lucano che si è sempre basato su una cosa semplicissima: gli immigrati sono esseri umani come noi, nei diritti e nei doveri. E come tali vanno trattati.

 

 

 

 

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