giovedì, Febbraio 21

Entro venerdi i lavoratori fuori dal Cara di Castelnuovo


Siamo in un limbo. Anche le nostre vite sono state spezzate. Lo Stato ci ha tolto il lavoro

di Maria Teresa Cinanni

entro venerdì“Siamo in un limbo. Stiamo assistendo increduli allo smantellamento anche delle nostre vite. È come se ci avessero sottratto i nostri obiettivi: il nostro dare e ricevere quotidiani, quello in cui abbiamo creduto e per cui ci siamo impegnati in questi anni”. Sono alcune delle testimonianze raccolte presso i 120 dipendenti del Cara di Castelnuovo di Porto che da un giorno all’altro si sono trovati senza un lavoro e senza tutele.

“Abbiamo appreso la notizia dalla stampa – racconta Giuseppe, referente del personale dal 2015 – in un primo momento abbiamo creduto in una proroga anche perché a noi e alla cooperativa non era pervenuta alcuna comunicazione ufficiale, che è arrivata invece il 28 gennaio. Ci è crollato il mondo addosso. E adesso ancor di più. Abbiamo solo questa settimana di tempo per portar via tutte le nostre cose. È triste percepire questo silenzio. Il Cara è vuoto e noi siamo in attesa di sapere cosa ci attende. Avremo forse sei mesi di FIS sperando poi in una ricollocazione”.

I timori di Giuseppe sono simili a quelli degli altri colleghi che improvvisamente hanno visto cambiare la propria vita. Il più anziano tra loro ha sessanta anni, non può ancora andare in pensione, ne’ confida in un’alternativa. “Si è giustamente parlato molto degli ospiti, dei ragazzi che sono partiti verso altre destinazioni – dicono – ma nessuno si è occupato di noi. Anche le nostre sono vite spezzate”. Di scambio e reciprocità parla Maddalena, insegnante di italiano presso il Cara da cinque anni. “Il mio lavoro era una forma di arricchimento reciproco – dice- io insegnavo loro la nostra lingua, primo vero accesso a una vita dignitosa, e loro mi davano tanto. In termini di storie, di racconti, di umanità. E anche di soddisfazioni. Perché vedere dei ragazzi riuscire a completare il percorso di studi, prendere il diploma era per me una soddisfazione enorme. Venivano volontariamente e alcuni di loro, quando si assentavano un giorno, mi cercavano in segreteria per avere le fotocopie e recuperare la lezione persa. Mi hanno inviato una serie di messaggi in questi giorni, anche dei video girati a mia insaputa durante i saluti” e mostra visibilmente emozionata un messaggio con scritto: “oltre a un’insegnante, in te ho trovato una sorella e un’amica”.

Racconta di un rapporto fatto di rispetto reciproco ma anche di qualche confidenza. Come il ragazzo egiziano scappato dal proprio Paese per aver disertato il servizio militare o la giovane nigeriana fuggita dal mondo della prostituzione. Ma anche tantissime donne vittime di tratta che avevano cominciato ad aprirsi con gli psicologi del Cara. Pochissime di loro frequentavano le lezioni, ma erano riuscite a superare la diffidenza e la paura e a fidarsi. “Abbiamo inviato ai nuovi centri la documentazione completa di ognuno di loro – raccontano gli operatori – speriamo possano proseguire i percorsi intrapresi”. C’è tanto sconforto nei loro racconti. “Avevamo regolari contratti – dicono – lo Stato ci ha prima dato e poi tolto il lavoro.

E senza alcuna chiarezza, senza comunicazioni. È questo che fa ancora più male. Nessuno ci ha considerati”. E parlano di difficoltà concrete su come affrontare i prossimi mesi. Giuseppe diventerà padre a breve. Poi c’è una coppia di sposi che lavorava al Cara con mansioni diverse e “improvvisamente si è azzerato il nostro budget famigliare”, dicono. Ci sono professioniste ultra cinquantenni con maggiori difficoltà ad essere reinserite nel mondo del lavoro. Ma si soffermano molto anche sul senso di svuotamento provato. Al Cara di Castelnuovo non ci sono mai stati problemi particolari ci tengono a sottolineare. “È stato un po’ un modello felice – ripetono – è venuto anche il Papa nel 2016. C’era un rapporto positivo con gli abitanti del paese e a volte venivano anche alcuni bambini a trovare gli amichetti che vivevano qui con le famiglie”. Erano 16 i minori ospitati presso la struttura, tutti in età scolare e tutti regolarmente frequentanti. “E anche a loro non è stata data la possibilità di salutare i compagni”.

 

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